Gigliola Foschi

Nuovi orizzonti quotidiani

Dopo aver guardato con attenzione le immagini di quest’ultima ricerca fotografica che Gianni Maffi ha dedicato al paesaggio italiano, mi è nata  la curiosità di risfogliare il celebre libro Esplorazioni sulla via Emilia (a cura di Giulio Bizzarri e Eleonora Bronzoni, Feltrinelli, 1986) – quasi un “manifesto” della fotografia di paesaggio italiana degli anni Ottanta.  Certo, risulta evidente che Maffi ha saputo fare sue le esperienze storiche di quella fotografia di paesaggio – come giustamente nota Pio Tarantini. Eppure, nel lavoro del nostro autore si avverte anche qualcosa di radicalmente diverso. Ma cosa? Proprio per capirlo ho voluto  riaprire il vecchio libro, rileggere la bella introduzione di Luigi Ghirri, ritrovare quel particolare senso di equilibrio e pacificazione, tipico delle immagini  in esso raccolte. Un senso di calma venata di nostalgia, nutrita del desiderio “di guardare lo spazio che si spalanca sul fondo dove tutto svanisce: non sguardo all’infinito, ma sguardo su ciò che svanisce” – come scriveva bene un altro “cantore” di  quegli anni, Gianni Celati (1). Ma veniamo al punto: come mai  l’“atmosfera” e il “senso”  delle opere di Maffi mi appaiono così lontane da quelle di quegli anni, nonostante gli evidenti rimandi delle sue immagini agli autori della scuola di paesaggio italiana (come Cresci, Basilico e lo stesso Ghirri)?  Eppure si tratta di rimandi che a volte paiono delle esplicite citazioni di Ghirri, ricercate con cura: come le pareti di una terrazza che riquadrano il paesaggio; o un cannocchiale pubblico a Stresa; o, ancora, due ragazze affacciate sul mare.

    E’ chiaro che sarebbe fuori luogo cercare di fare una lettura comparata tra l’opera di Maffi e  una storia complessa come quella della fotografia di paesaggio italiana degli anni Ottanta. Eppure credo sia interessante partire da una breve analisi delle  differenze,  per tentare almeno di abbozzare una possibile riflessione sugli elementi innovativi che caratterizzano il lavoro di Maffi. Nella sua ricerca, ad esempio, non si trova nessuna predilezione per quei luoghi marginali, cari agli autori italiani di quell’epoca. Diversamente da loro, Maffi, nei suoi viaggi lungo l’Italia, fotografa in modo per così dire “imparziale” sia le mete  turistiche più conclamate (il Colosseo a Roma, l’isola di Capri che si staglia contro un cielo nuvoloso, il Gran Sasso, le Dolomiti…), sia luoghi meno noti. Invece di cogliere atmosfere rarefatte e nebbie che si confondono con la campagna, invece di cimentarsi con  vedute un po’ malinconiche sospese tra realtà e incanto, o tonalità coloristiche morbide e quasi carezzevoli, sa creare  inquadrature ben strutturate e rigorose, a loro volta sostenute da luci intense e limpide, da un colore desaturato, ma nitido e cristallino, frutto di un’innovativa sovrapposizione tra un’immagine in bianco e nero e una a colori.

   Quegli “omini” che giusto ogni tanto apparivano nelle immagini di Ghirri (così li definiva lui)  o in quelle di Chiaramonte – figure non intrusive ma riprese quali parti integranti dei luoghi – nei lavori di Maffi divengono presenze quasi costanti: si tratta però di turisti un po’ alieni, che fotografano con i telefonini o si aggirano tra i monumenti con ombrellini e ventagli per ripararsi dal sole (da notare qui il rimando alle ironiche immagini di turisti fatte da Martin Parr). Significativa, a questo riguardo appare l’immagine “Via Melchiorre Gioia, Milano, 2104”,  situata nel capitolo dedicato a “MilanExpo”. Qui una coppia di anziani, fotografati di spalle, appaiono come due incongrui personaggi, fin “troppo umani” nella loro grezza concretezza, intenti come sono a osservare una scenografia astratta di gru e grattacieli, che s’innalzano fino a comporre un paesaggio futuribile, stile “made in China”. Tale immagine evidenzia proprio quella sensazione di disappartenenza che segna spesso il nostro rapporto con i luoghi che abitiamo. Ma ci fa pure intuire che oggi spesso  viviamo e guardiamo i luoghi come elementi di uno spettacolo da contemplare e da usare, come se fossimo davanti e però anche dentro a un grande lunapark. Un parco giochi che può assumere pure le vesti di alte cime rocciose, di monumenti “imperdibili”, di classiche vedute romantiche sul mare (come nell’immagine Ravello, Salerno), di città storiche perfette ma trasformate in vetrine per valorizzare le esposizioni d’arte (come nell’immagine dell’opera con coccodrilli color lilla appesi ai balconi di una casa affacciata sul Canal Grande, nella serie delicata alla Biennale). Se, rispetto al nostro rapporto con il mondo, l’immagine-simbolo di Luigi Ghirri potrebbe essere quella dell’Alpe di Siusi (Bolzano 1979) con una coppia che s’inoltra tra i prati verso le cime all’orizzonte – per contro, sceglieremmo come emblematica del nostro autore Dalla Certosa di San Martino: qui uno strategico balcone permette di inquadrare alla perfezione il golfo di Napoli e il Vesuvio sullo sfondo; solo che – in un ironico gioco di raddoppiamento – si tratta proprio della quasi identica inquadratura che il turista fotografato da Maffi di spalle ha appunto scelto con grande impegno e soddisfazione...  Ma immagini-simbolo sono pure quelle iniziali del suo libro, dove la magnificenza delle montagne è posta geometricamente in relazione a strade o a piattaforme per gli elicotteri, come se lui ci volesse subito annunciare che anche le parti più “selvagge” dei nostri paesaggi sono ormai a portata di telefonino.  La fotografia dell’Alpe di Siusi di Ghirri, invece,  è una sorta di immagine della memoria,  dove i due “omini”, con il loro camminare mano nella mano,  funzionano come guide che ci accompagnano per farci ritrovare una relazione di affetto e famigliarità con il paesaggio montano. Una famigliarità che oggi è andata infranta quasi del tutto e che sarebbe anacronistico ricercare.

Per questo le immagini di Maffi – senza rinunciare a una sottile e persistente vena poetica, né abdicare di fronte alla sfida della complessità – hanno  assunto un tono  e dei colori stranianti, a loro volta non famigliari né affabili. Il mondo, sembra dirci il nostro autore, è divenuto un grande spettacolo, ma si tratta pur sempre di saperlo raccontare  senza perdere la capacità di stupirsi, né quella di impegnarsi a comprenderlo.

 

  1. Gianni Celati, Verso la foce, Feltrinelli, Milano, 1989, p.78.

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